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Ad inizio agosto leggo su lavoce.info che, in vista del Festival dell’Economia 2020 (Trento 24-27 settembre) è stato indetto un concorso d’idee dal titolo: un settore pubblico acceleratore di sviluppo.

Subito mi entusiasmo. E dico tra me, ho già il materiale per partecipare. Infatti il 30 giungo scorso ero stato invitato, da S3.Studium, come discussant ad un webinar su un tema analogo: agire sulle politiche di reclutamento per migliorare le prestazioni della PA.

Poi la mia eccitazione si placa quando leggo che i destinatari del concorso sono studenti universitari, in corso e fuori corso, di lauree triennali e magistrali, nonché di dottorato di ricerca.

Ad essere sincero, poco dopo ho pensato, scrivo la mia proposta di 300 parole e l’articolo di 5000 caratteri e, nel frattempo, cerco una studentessa universitaria quale prestanome per mandare le mie idee (per inciso un doppio mascheramento).

Infine, scelgo la via più trasparente e condivido con voi, lettori di We Work Well, alcune idee sul rinnovamento della PA, purché abbiate la pazienza di leggere, più o meno, circa 5000 battute.

Inizio il ragionamento con due metafore.

La prima è tratta dal sito del Ministero della Funzione Pubblica: la Pubblica Amministrazione non è una torre d’avorio separata dal resto della società civile. La seconda è mia grazie all’aiuto della Treccani: la PA non è una riserva naturale territorio, per lo più forestale, entro il cui perimetro l’accesso è consentito solo per ragioni di studio, per fini educativi o escursionistici, per compiti amministrativi e di vigilanza, restando vietata qualsiasi altra attività antropica…

Fuor di metafora una definizione in positivo: la PA è un organizzazione fatta da persone. Con ciò intendo evidenziare che è una costante fondamentale della condizione umana creare organizzazioni. Lo è anche di altri esseri viventi (ad es. Stefano Mancuso evidenzia che anche le piante sono vere e proprie reti viventi, capaci di sopravvivere a eventi catastrofici senza perdere di funzionalità, le piante sono organismi molto più resistenti e moderni degli animali).

Domanda: perché nella PA bisogna limitare l’attività antropica per eccellenza che è organizzare? È giunto il momento che la PA non abbia paura di confrontarsi con diversi modelli organizzativi, come fanno tutte le aziende del mondo per non collassare e fallire.

La preoccupazione di derive economicistiche è un tarlo che si insinua nella visione organizzativa della PA. Spesso, dirigenti e funzionari pubblici, rimestano sempre la stessa opinione: noi non siamo un’azienda perché dobbiamo badare al singolo cittadino e alla comunità nel suo complesso, seguendo l’indirizzo politico e applicando leggi e normativa.

Ma questo modo di pensare, orientato solo ai fini istituzionali, che sottace la dimensione pragmatica dell’azione “antropica”, impedisce alla PA di leggersi come organizzazione e che, in quanto tale, come ogni organizzazione, deve essere in grado di funzionare in un ambiente sostenibile per tutti (acqua, aria, terra, piante, animali parlanti e non).

La PA dovrebbe superare il timore di “funzionare” per saper agire secondo una rinnovata cultura organizzativa.

La pandemia ha mostrato come ricorra sempre il sospetto di un predominio dell’economia nelle scelte politiche e nella relativa organizzazione amministrativa.

Durante il lockdown il dubbio ricorrente era: viene prima la salute del cittadino o l’economia? Ma questo non è un dilemma, bensì un anello o un circolo (ricordate vien prima l’uovo o la gallina). In questo caso, come in molti altri, abbiamo due termini di un problema che sono allo stesso tempo mezzo e fine.

Ciò significa che la PA, in quanto organizzazione fatta da persone, deve saper affrontare l’incertezza e saper diventare un sistema aperto, capace di ridefinire continuamente le sue strategie organizzative. La PA, come tutte le altre organizzazioni che agiscono in un ambiente turbolento, e che non sopravvivono grazie a rendite di posizione, dovrebbe essere in grado di:

  • rispondere a bisogni che mutano rapidamente (le organizzazioni nascono e prosperano quando soddisfano bisogni effettivi e non autoreferenziali),
  • agire in modo adattivo in un ambiente evolutivo (ad es. è solo una peculiarità delle aziende eliminare le attività senza valore aggiunto, lavorare per risultati e viverne le conseguenze?).

Se sopra ho mostrato le caratteristiche organizzative di una rinnovata PA, ora sottolineo che serve selezionare e gestire persone ingaggiate e predisposte a sviluppare quattro competenze essenziali, sia per il cambiamento delle strutture burocratiche, sia per il miglioramento della stessa capacità di causazione organizzativa dei dipendenti pubblici.

Ecco, a mio avviso, una sorta di ABC:

  • interpretare leggi, norme e regolamenti (sono la materia prima e non l’unico scopo della funzione amministrativa pubblica);
  • intervenire nel funzionamento organizzativo del sistema amministrativo sapendo confrontare, combinare, contaminare modelli organizzativi (es. impostando concorsi di selezione, per tutti i livelli, con prove e assessment di competenze e non solo di conoscenze di tipo normativo e procedurale, al massimo settoriale);
  • agire nelle situazioni di potere con autonomia e cooperazione per aumentare la semplicità dell’organizzazione e non solo per alimentare privilegi o rendite di posizione, oppure sofisticare strutture e procedure, riconoscendo che “sono gli esseri umani i più capaci di trovare soluzioni di superamento, cambiare i termini del problema, investire in migliore conoscenza, avere una politica…” (M. Crozier, L’impresa in ascolto).

Per completare l’abbecedario (e concludere prima di scrivere 6000 caratteri ed essere escluso dal concorso da cui sono partito) bisogna, fin dalla fase di selezione, non tarpare la professionalità dei dipendenti pubblici continuando poi a formare e gestire persone in grado di trasformare il pensiero organizzativo burocratico, prima ancora di semplificare la burocratizzazione. Insomma occorre il contributo di persone ingaggiate, coinvolte, entusiaste e impegnate attivamente nel loro lavoro e in grado di trasformare la PA in un laboratorio organizzativo al servizio della società. Insomma, c’è bisogno di persone predisposte a lavorare assumendosi il rischio di obiettivi e risultati attesi, dal momento che, come esseri organizzativi, si agisce in un ambiente/contesto che da anni (oserei dire, da sempre e in diverso modo) appare VUCA: volatile, incerto, complesso, ambiguo.

Da più di 20 anni mi occupo di consulenza nell'ambito della formazione professionale: dall'analisi alla valutazione, dalla progettazione alla gestione. Mi piace costruire con gli altri proposte per i problemi di oggi, cercando tra risposte dimenticate e domande eluse. Per questo tutte le volte che posso mi occupo anche di ricerca socio-economica.

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