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In un articolo di We Work Well affermavo che sul web si possono reperire tante informazioni, e poi passavo in rassegna i vantaggi della lettura di un libro intero (deep reading). In questo post assento con tutti quelli che dicono: oggi il contenuto è ovunque. Ciò scritto, potete fare un bel browsing dell’articolo, siccome penserete che non ci sia più nulla di interessante da leggere, dal momento che anch’io canto nel coro del web. Invece no. Ho intenzione di sottoporre alla vostra attenzione qualche considerazione sul ruolo del formatore, oggi che con il solo smartphone si può accedere sempre ad una molteplicità di notizie e informazioni (connessione permettendo).

La questione è: serve ancora organizzare un intervento formativo con un formatore sapendo che con una “rapida ricerca fai da te sul web” si trovano informazioni e spiegazioni su quasi qualsiasi cosa? Sfido chiunque a dichiarare che non è mai andato su YouTube per sapere come risolvere il cubo di Rubik, fare i pancake, allacciare le scarpe in un secondo, eccetera, eccetera.

Definire l’identità del formatore è sempre stato difficile. Oggi, più di ieri, serve cercare di ricomporre un quadro interpretativo ed operativo, per riuscire non solo a salvaguardare chi fa questo mestiere, ma a sviluppare apprendimenti efficaci nelle persone e nelle organizzazioni.

Va da sé che per approfondire compiutamente qual è il ruolo dal formatore e le sue expertises occorra ugualmente considerare cosa si intende per apprendimento e quali sono le teorie psicologiche dell’apprendimento, via via sempre più articolate a partire dalla seconda metà dell’ottocento.[1]

Qui mi attengo ad una minima definizione:

l’apprendimento è un processo che implica il vivere delle esperienze che provocano un cambiamento più o meno permanente in chi apprende.

Inoltre, la predisposizione all’apprendimento ci accompagna fin dalla nascita e può essere consapevole o inconsapevole.

Ora, nel momento in cui si fa entrare in scena il formatore, ci si aspetta che si creino, tramite la sua professionalità, occasioni specifiche di apprendimento attraverso la disposizione mirata di contenuti. Ed è per questo che, seppure i contenuti siano fruibili ovunque, il web da solo non è sufficiente per far crescere le persone e le organizzazioni. Con questo non intendo dire che nella formazione continua si debbano escludere le opportunità offerte da internet e tecnologie digitali. Anzi, voglio evidenziare che oggi, vista la pervasiva presenza di tutti sul web, il compito del formatore si fa più complesso ed esige una maggiore preparazione alla professione ed alla progettazione didattica. Al formatore non basta più andare in aula ad esporre la propria esperienza e competenza (raccontare cosa sa e come sa fare) se vuole effettivamente suscitare nei discenti un circolo virtuoso di apprendimento fra diverse aree di sviluppo: tecniche di lavoro, esercizio del ruolo, autorealizzazione e cambiamento nell’organizzazione.

Mi pare che il formatore, per gestire bene l’articolato ruolo, debba concentrarsi sull’intenzionalità di voler creare un ambiente di apprendimento, sapendo:

  • disporre e proporre adeguatamente i contenuti nel tempo di svolgimento dell’azione formativa;
  • presidiare come il destinatario evolve nei suoi pensieri e comportamenti nell’ambiente di apprendimento costruito ad hoc per il suo cambiamento.

Qualsiasi metodologia si adotti per la formazione, il formatore che fa la differenza, nell’attuale realtà multimedializzata, è quello in grado di condurre step by step il processo di apprendimento in “presa diretta”, mixando opportunamente le fasi di crescita etero-dirette ed auto-dirette.

Un altro aspetto chiave del ruolo mi sembra debba essere la capacità di filtrare e strutturare localmente, tra la massa di contenuti reperibili ovunque, quelli che sono più significativi e memorabili per lo sviluppo dei destinatari dell’intervento. Con questa operazione si corre il rischio di manipolare, ma è solo attraverso la scelta del percorso di apprendimento ritenuto più opportuno, sulla base dei bisogni formativi e della “perizia” del formatore, che si può proporre e poi valutare, nel confronto didattico, quali sono i saperi e le pratiche più legittime, efficaci ed utili nell’azione professionale ed organizzativa.

Soprattutto oggi, mi sembra importante che il formatore, con pazienza e preparazione, vagli e proponga dei contenuti validi e collocati oltre la decima pagina di Goooooooooogle o di qualche altro gigante del web. (Tanto per ragionare, tra parentesi, avete notato nella schermata Google propone blocchi di 10 pagine quanto sono le lettere “o” interattive del logo?) Non chiedo a nessuno di andare oltre la seconda o terza pagina, ma invito tutti, compreso me, ad imparare un po’ di sintassi di ricerca per non fermarci subito al “maestro-filtro” costruito dalla massa di accessi individuali e governato dalle multinazionali del web. E se non riusciamo da soli, perché non chiedere al formatore, di ambito informatico, di insegnarci questa digital skill.

Si può “sempre ovunque imparare” in autonomia per prove ed errori, ma il formatore può facilitare nel vedere più in là e sapere qualcosa di più nella professione e nella vita. Del resto, non siamo nati da soli. Ed anche qualora ci si affidasse alle tecnologie e metodologie digitali, il ruolo del formatore cambia e non viene meno, perché ci dovrà pur essere qualcuno che progetta ed accompagna un percorso intenzionale di apprendimento.

 

[1] Per informazione annoto alcuni altri domini disciplinari che si occupano di apprendimento: Antropologia culturale, Sociologia, Neuroscienze, Intelligenza Artificiale.

Da più di 20 anni mi occupo di consulenza nell'ambito della formazione professionale: dall'analisi alla valutazione, dalla progettazione alla gestione. Mi piace costruire con gli altri proposte per i problemi di oggi, cercando tra risposte dimenticate e domande eluse. Per questo tutte le volte che posso mi occupo anche di ricerca socio-economica.

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