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È da tempo che mi frulla in testa la voglia di scrivere un post con una riflessione “alternativa” sul tema delle competenze. Maradona è l’occasione per mettere nero su bianco alcune idee (meglio azzurrino su bianco altrimenti appaio troppo juventino). È chiaro che non è sufficiente lo spazio di un post. Anzi, servirebbe un anno sabbatico di studio. Non posso permettermelo, quindi cominciamo.

Io, tu, e Maradona siamo davvero individualmente competenti? Forse no, e allora perché?

Siamo così abituati a far coincidere la competenza con l’individuo (soggetto in carne e ossa con un nome proprio) che ci dimentichiamo che la competenza può essere concepita meglio pensandola come un assemblaggio di diversi elementi in gioco.

Avete presente il sale da cucina. Si proprio quello che i chimici chiamano cloruro di sodio (formula bruta o molecolare NaCl). Ebbene il sale da cucina è un composto di cloruro (Cl) e sodio (Na) che insieme formano una combinazione, il cloruro di sodio, che è tutta un’altra sostanza e presenta caratteri completamente differenti tanto dal cloruro quanto dal sodio.

Ecco perché Maradona come individuo (senza piedi, gambe, partite, società, cultura e storia) non sarebbe stato un calciatore competente. Possiamo dire che lo è stato, riflettendo sul fenomeno “competenza” secondo una prospettiva di processo in continua evoluzione dinamica.

Il termine “Maradona” preso da solo non significa niente o molto poco. Sappiamo enumerare con precisione a quanti altri individui possiamo attribuire questo cognome? Aggiungiamoci pure il nome “Diego”: non basta. Ora immettiamoci pure il pallone, ma non basta ancora. Dobbiamo fargli indossare una maglia (del Napoli o dell’Argentina) farlo scendere in campo con una squadra, giocare una partita contro un’altra squadra, in un campionato e così via all’infinito.

Parliamo del pallone: l’ha fatto Maradona?

Il gioco del calcio l’ha inventato Maradona?

Ora dobbiamo fermarci, altrimenti la lista diventa infinita e prima o poi ci viene un senso di vertigine.

Partendo dal caso di Maradona (calciatore in carne e ossa) vorrei far notare che la competenza di un professionista è data lui, pur non essendo esclusivamente sua. La competenza non coincide con il “self-made man” (l’uomo che si è fatto da solo).

Ognuno di noi, esercitando la propria professione, è competente perché agisce il suo sapere, saper essere e saper fare, assemblando pratiche organizzative, sociali e culturali, in cui natura e tecnica compongono un campo di altrettante agency (agentività) che creano dinamicamente la competenza.

Non è lo spazio di un post che permette di corroborare il concetto di competenza tratteggiato nella poche righe di prima. Tuttavia, è importante ribadire che occorre un concetto “analitico e denso” di competenza per sviluppare adeguatamente il sistema dell’education in generale, della formazione continua e del lavoro nello specifico.

Negli ultimi anni, c’è una sorta di affanno generale a voler certificare le competenze in esito ai percorsi di formazione continua, affinché siano più spendibili e la persona possa essere più occupabile al termine della formazione. Attenzione, questo è un primo passo, un impegno comune e istituzionale da intraprendere. Ma il certificato da solo non basta, perché la competenza si esprime sul posto di lavoro e ovunque.

Ben vengano tutti gli strumenti che favoriscono una politica attiva del lavoro. Però, oggi, l’urgenza e l’affanno dovrebbero essere altrettanto indirizzati verso un impegno comune e istituzionale per creare e sviluppare posti di lavoro, innovare la società e la/le culture, altrimenti tante competenze restano e resteranno inespresse.

Ho saltato di palo in frasca, scritto di Maradona, competenze, formazione e lavoro. Sicuramente non ho fatto goal e nemmeno motivato adeguatamente come la competenza emerga da diverse istanze eterogenee, non solo e non del tutto di tipo soggettivo e individuale.

L’evento pandemico ci mostra con forza la compresenza di diverse agency (agentività). È per questo che, se vogliamo uscirne o raggiungere uno stato di cose sostenibile, non dobbiamo aspettare il “self-made man” o “Wonder Woman”, oppure l’esperto di turno che ci spieghi esattamente come stanno le cose e che offra la soluzione, almeno ai policy e decision maker.

Purtroppo, o per fortuna, dobbiamo apprendere tutti a vivere nella complessità e nell’imprevedibilità. Di queste cose ne soffriva anche l’Uomo di Neanderthal, sotterrato da strati geologici. Con buona pace di Maradona, dobbiamo cercare di innovare e cambiare dal posto in cui siamo, nel mondo in cui viviamo, da remoto o in presenza, online o offline. Such is life.

Da più di 20 anni mi occupo di consulenza nell'ambito della formazione professionale: dall'analisi alla valutazione, dalla progettazione alla gestione. Mi piace costruire con gli altri proposte per i problemi di oggi, cercando tra risposte dimenticate e domande eluse. Per questo tutte le volte che posso mi occupo anche di ricerca socio-economica.

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